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L’Inganno dell’Engagement Programmatico


Benefit sempre più ricchi, survey annuali sull’engagement, eventi di team building, programmi di riconoscimento. Le aziende investono somme importanti per “creare” engagement, come se fosse un interruttore da azionare dall’alto.

Eppure, i numeri globali raccontano una storia diversa: secondo Gallup, solo il 15% dei lavoratori nel mondo si sente davvero coinvolto ed entusiasta del proprio lavoro. In Italia la percentuale scende addirittura sotto il 10%. Se l’engagement dipendesse davvero dalle iniziative HR, questi numeri sarebbero ben diversi.

La verità è che l’engagement non si crea. Si permette. È il risultato finale, non il punto di partenza. Pensiamolo come un fiore: cresce solo in un terreno fertile, non è una decorazione di plastica che possiamo attaccare a un ambiente tossico. Quando le organizzazioni cercano di “stimolare” l’engagement senza cambiare il terreno, non ottengono fiori veri. Ottengono, nel migliore dei casi, un’imitazione superficiale e a breve termine: il compliant engagement, un’adesione di facciata.


Cosa ci dicono dati e ricerche: le radici del coinvolgimento autentico

1. Perché l’approccio calato dall’alto non funziona


  • Una meta-analisi Gallup del 2023 mostra che le classiche campagne per l’engagement (eventi, benefit extra) hanno un impatto trascurabile e di breve durata, con un ROI medio di appena 0,2:1. Al contrario, interventi che migliorano la qualità della gestione e la chiarezza degli obiettivi portano un ROI di 3:1 o superiore.

  • Una meta-analisi pubblicata sul Journal of Management (2022) evidenzia che oltre l’80% delle differenze nei livelli di engagement tra colleghi della stessa azienda è spiegato da fattori di contesto: clima organizzativo, qualità della leadership, percezione di giustizia. I tratti di personalità individuali contano per meno del 10%.


2. Cosa alimenta davvero l’engagement?

Le ricerche puntano in una direzione chiara. L’engagement autentico si nutre di:


  • Ascolto reale e impatto: la certezza che le proprie idee vengano ascoltate e possano influenzare le decisioni.

  • Chiarezza di scopo e di ruolo: sapere esattamente perché il proprio lavoro è importante e cosa ci si aspetta.

  • Coerenza organizzativa: vedere un allineamento concreto tra i valori dichiarati, le decisioni prese e i comportamenti di chi guida.

  • Relazioni di qualità con capi e colleghi: sentirsi supportati, rispettati e parte di un team.

  • Opportunità di imparare e crescere: scorgere un percorso che permetta di sviluppare le proprie capacità.


Tre lenti teoriche per capire meglio

Per dare solidità a queste intuizioni, possiamo appoggiarci a tre framework solidi che spiegano i meccanismi profondi dell’engagement.


1. Self-Determination Theory (SDT) – Deci e Ryan

È una delle teorie più validate sulla motivazione umana. Secondo la SDT, le persone sono naturalmente portate a impegnarsi quando vengono soddisfatti tre bisogni psicologici universali:


  • Autonomia: sentirsi all’origine delle proprie azioni, avere margine di scelta su come lavorare. L’opposto è il controllo e la micro-gestione.

  • Competenza: sentirsi efficaci, affrontare sfide alla propria portata e ricevere feedback che aiutano a crescere. L’opposto è l’ambiguità e l’assenza di riscontri.

  • Relazione (Relatedness): sentirsi connessi agli altri, appartenere a un gruppo, vivere rapporti di fiducia. L’opposto è l’isolamento o il conflitto tossico.


Quando il contesto lavorativo soddisfa questi bisogni, l’engagement emerge spontaneamente. Al contrario, iniziative che li calpestano – come sistemi di controllo asfissianti, premi che minano la collaborazione, culture iper-competitive – distruggono l’engagement, anche se portano il marchio “per l’engagement”.


2. Conservation of Resources Theory – Hobfoll

Questa teoria spiega che ciascuno di noi cerca di accumulare e proteggere “risorse” personali: energia, tempo, emozioni positive, buone relazioni. Il lavoro diventa stressante quando consuma queste risorse più velocemente di quanto riesca a rigenerarle.

Il disimpegno (il ritiro emotivo, il cosiddetto “quiet quitting”) non è quindi pigrizia o mancanza di etica del lavoro. È una strategia di sopravvivenza. In un ambiente percepito come prosciugante – richieste continue, scarso riconoscimento, doppi messaggi – la persona “stacca” emotivamente per proteggersi e salvare le poche risorse rimaste. È una legittima forma di autodifesa psicologica.


3. Social Exchange Theory – Blau

Il rapporto di lavoro può essere visto come uno scambio: i dipendenti offrono impegno extra, iniziativa, lealtà (i cosiddetti “comportamenti di cittadinanza organizzativa”) in cambio di supporto, riconoscimento ed equità da parte dell’organizzazione. Se i dipendenti percepiscono che l’altra parte non rispetta il patto (per esempio, attraverso incoerenze o ingiustizie), ritirano quell’impegno discrezionale, tornando al minimo indispensabile previsto dal contratto.


Dalla teoria alla pratica: coltivare il terreno, non decorare la pianta

Per permettere all’engagement di emergere, le organizzazioni devono abbandonare la logica del “fare cose per i dipendenti” e iniziare a cambiare il proprio modo di funzionare. Quattro leve concrete:


1. Sostituire i grandi survey con un ascolto continuo che porta all’azione


  • Lasciamo perdere i lunghi questionari annuali. Molto meglio adottare pulse check frequenti e mirati: una domanda a settimana su un tema specifico, per esempio.

  • Regola d’oro: se chiedi un feedback, devi far seguire azioni concrete e comunicare cosa è stato fatto. Ignorare quanto emerso da un sondaggio è il modo più rapido per generare cinismo e disimpegno.


2. Ridisegnare il lavoro attorno ad autonomia, competenza e relazione


  • Autonomia: diamo alle persone (e ai team) reale margine di manovra sul come raggiungere gli obiettivi. Framework come gli OKR (Objectives and Key Results) aiutano a distinguere il “cosa” dal “come”.

  • Competenza: assicuriamo feedback regolari e costruttivi e costruiamo percorsi di sviluppo chiari e accessibili a tutti, non solo a una ristretta élite di talenti.

  • Relazione: favoriamo la collaborazione tra team, creiamo spazi informali di connessione e formiamo i leader a costruire relazioni di fiducia autentica.


3. Costruire una coerenza organizzativa radicale


  • Allineiamo sistemi di ricompensa, promozioni, comunicazione interna e processi decisionali ai valori che dichiariamo.

  • I leader devono incarnare questa coerenza. Un singolo episodio eclatante di incoerenza (ad esempio, un capo promosso nonostante comportamenti tossici) può vanificare anni di iniziative sull’engagement.


4. Dare voce e impatto reali


  • Mettiamo a disposizione canali sicuri e, se necessario, anonimi per segnalare problemi.

  • Coinvolgiamo attivamente persone di tutti i livelli in gruppi di lavoro su sfide concrete (innovazione di prodotto, miglioramento dei processi). Dimostriamo che il loro contributo non è solo ascoltato, ma viene usato per cambiare le cose.


Una domanda scomoda per chiudere

Vale la pena chiudere con un interrogativo che fa da specchio: le organizzazioni stanno davvero cercando coinvolgimento, o stanno evitando di mettere in discussione sé stesse?

Spesso, le campagne per l’engagement sono una forma di negazione collettiva. Un modo per dire: “Il problema è la mancanza di entusiasmo delle persone”, anziché ammettere: “Il nostro modo di gestire, comunicare e organizzare il lavoro sta spegnendo l’entusiasmo delle persone”.

Permettere l’engagement richiede coraggio. Il coraggio di distribuire potere (autonomia), di essere trasparenti (chiarezza), di riconoscere gli errori (coerenza), di ascoltare critiche scomode (ascolto reale). Significa passare da un modello fatto di controllo e adempimenti a un modello basato su fiducia e responsabilità diffusa.

L’engagement autentico non è una voce di costo. È un segno vitale di un’organizzazione sana. E come ogni segno vitale, non si compra. Si coltiva giorno dopo giorno, costruendo un ambiente in cui le persone non sentano il bisogno di proteggersi, ma possano permettersi di impegnarsi fino in fondo. Un ambiente in cui portare tutto sé stessi al lavoro non sia un rischio, ma una possibilità.


Box – Numeri e dati chiave


  • Bisogni psicologici e engagement: la soddisfazione di autonomia (β = .42), competenza (β = .38) e relazione (β = .51) spiega in modo molto forte i livelli di engagement (Journal of Organizational Behavior).

  • Performance ed engagement: un incremento del 20% nell’engagement si associa a un +24% di produttività e redditività del team (Gallup).

  • Sicurezza psicologica: i team con alta sicurezza psicologica (il terreno ideale per l’engagement) hanno un turnover 3,5 volte inferiore e sono decisamente più innovativi (Project Aristotle di Google, poi replicato in altri studi).


Per approfondire (bibliografia selezionata)


  • Deci, E. L., & Ryan, R. M. (2000). The “what” and “why” of goal pursuits. Psychological Inquiry.

  • Gallup. (2023). State of the Global Workplace Report.

  • Hobfoll, S. E. (1989). Conservation of resources: A new attempt at conceptualizing stress. American Psychologist.

  • Blau, P. M. (1964). Exchange and power in social life. Wiley.


 
 
 

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